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 L'imbarcadero sul lago ... (Angera)... di DL4U
 
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One man caught on a barbed wire fence One man he resist One man washed on an empty beach. One man betrayed with a kiss In the name of love What more in the name of love

U2 - "Pride, In the name of love" - 1984
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Di DL4U (del 18/10/2007 @ 00:05:13, in Fumetti e cartoni alternativi, linkato 6201 volte)
mafalda: potere ai piccoli...

Un'immagine ricorrente: Mafalda che scruta e parla col mappamondo,
una metafora della critica verso la socita' contenuta nei fumetti di Quino.


Sono passati quasi quarant’ anni dal 1969, anno in cui venne pubblicato per la prima volta in Italia un volume dedicato a Mafalda, la bambina contestataria nata dalla matita di Quino (al secolo Joaquin Salvador Lavado ) geniale disegnatore di fumetti argentino.

Negli anni dei Beatles, del conflitto in Vietnam, della guerra fredda tra gli opposti schieramenti, della contestazione giovanile e culturale, Mafalda riflette e si arrabbia contro le storture del mondo e pone imbarazzanti domande ai genitori. Mafalda è una bambina che pensa e dice quello che pensa, che rivolge quesiti a cui gli adulti che la circondano sistematicamente non danno una risposta, che vive in una famiglia medio borghese intrecciando continuamente il microcosmo costituito da casa, scuola e parco giochi con gli scenari e le notizie internazionali. Attraverso gli occhi disincantati di Mafalda, Quino sottolinea gli errori e le irrazionalità che ormai non riusciamo (o non vogliamo) più a vedere coi i nostri occhi di adulti cresciuti distratti dalle mille difficoltà della vita o omologati nella grigia e meccanica quotidianeita ’ di ogni giorno.


Mafalda rivolge domande a tutti: i suoi genitori sono i più frequenti bersagli, ma il più parte delle volte non riceve risposte, alle sue questioni che spesso sono di tale importanza e complessità da risultare imbarazzanti sulla bocca -e nella mente- di una bambina. Rifugge con forza il qualunquismo culturale, la marmellata di idee della società moderna, e le arroganze dei sistemi economico-politici, si scaglia con forza contro le sterili opposizioni e sconvolge la relazione tra bambino e adulto contestando il rapporto univoco, i “ grandi “ detengono il potere e possiedono le verità, mentre i piccoli sono come dei contenitori assolutamente passivi da riempire. Mafalda, sfuriata dopo sfuriata, rivendica i sacrosanti diritti di ogni bambino di avere una propria visione della vita e del mondo, di avere una propria coscienza, di ricevere informazioni e spiegazioni ragionevoli ai propri dubbi esistenziali.

“La bambina contestataria”, come venne definita a Umberto Eco nella prefazione di quel libro, mette a nudo le debolezze e le incapacita’ degli adulti sino ridicolizzarli; ma la critica non è mai fine a se’ stessa: il messaggio che passa è quello per cui i grandi sono coloro che pretendono obbedienza ed esercitano varie forme di autorità, ma che nel medesimo tempo vengono sottomessi dalla societa’ ad un giogo che detta regole, doveri e necessità. I grandi non sono da colpevolizzare, ma da comprendere: spesso si sentono inadeguati, vinti e vivono contraddizioni interiori più radicali proprio perche’ irrimediabilmente adulti e per questo motivo hanno bisogno di affetto, di protezione, sono vulnerabili e fragili.

La polemica di Mafalda è sempre costruttiva e finalizzata orientata a mostrare che il conformismo, l’appiattimento culturale non è (e non deve essere) l’unica via possibile: Mafalda possiede, come tutti i bambini e come ogni persona, un altro punto di vista, un altro modo di conoscere e percepire che vuole essere ascoltato e non represso. Un insegnamento drammaticamente utile per tutti noi che troppo spesso ci lasciamo travolgere senza reagire dalla vita di ogni giorno, che contestiamo in modo sterile senza proporre, che attendiamo il divenire dei fatti o dei giorni senza partecipare arroccati come siamo alle nostre piccole e fatue certezze cercando così di celare agli altri, e soprattutto a se stessi, le nostre insicurezze e debolezze.

Questo sarà il primo di alcuni post dedicati a personaggi dei fumetti “alternativi”.

Ringrazio chi tanto tempo fa mi fece scoprire la raccolta “ Dieci anni con Mafalda ” edita da Bompiani (1975) e che ancora oggi conservo gelosamente nella mia libreria…

 

 

 

 

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Di DL4U (del 15/10/2007 @ 19:58:04, in Musica, testi, citazioni, canzoni, linkato 2197 volte)




Bruce Springsteen e la E Street Band nel 2003

Come promesso nel post di anticipazione diamo qualche impressione dopo i primi ascolti dell’intero nuovo album del Boss. Parlare di recensione dell’album mi sembrerebbe troppo (dal momento che chi scrive non ne avrebbe assolutamente le competenze) diciamo che riporterò semplicemente quanto ho avuto modo di osservare e appuntare nell’ ascolto del cd.

Se dovessi riassumere il tutto in un giudizio sintetico direi un buon risultato: Bruce con il sempre valido supporto della E–Street Band producono un suono ricco, denso di spunti ora decisamente rock , ora soul e jangle-pop. Il disco si apre con il singolo che ne ha fatto da traino, “Radio Nowhere”, puramente rock che richiama alla mente vecchi successi e strizza l’occhio ai fan storici, quindi passa ad una ballata brillante, "You’ ll Be Comin’ Down” , sapientemente arricchita dai suoni soul dal sassofono di un Clarence Clemons in grande spolvero. Richiami al passato (e al groove di “Tenth Avenue Freez-Out”) si ritrovano nel terzo brano, “Livin’ in the Future”.

In “You’re Own Worst Enemy”, invece emergono gli arrangiamenti ricchi che caratterizzano un po’ tutto l’album: il suono originale e inatteso (in un album del Boss) di campane e archi celesti conferiscono al brano un suono totalmente innovativo e complessivamente molto piacevole.

Ritroviamo suoni e temi tipicamente vicini a Springsteen in “Gypsy Biker” dove dominano armonica, chitarra acustica e l’immagine del motociclista libero e gitano con la bandana ben legata in testa. Di nuovo sonorità inattese nel pop di “Girls in their Summer Clothes”, ricco di archi e toni quasi sfarzosi.

Segue immediatamente l’inno all’amore di “I’ ll Work for Your Love” non fa che confermare una dei sicuri pregi di “Magic” ovvero la sapiente cura nella produzione delle sonorità capaci di essere via via sempre più coinvolgenti attraverso l’uso sapiente dell’organo, delle chitarre a sottolineare i principali passaggi dell’album.

“Magic”, ovvero la canzone che presta il titolo al cd, è il brano più assorto, che racconta in prima persona le capacità di un mago capace di illudere, in modo furbo e smaliziato, il proprio pubblico: in questa immagine molto vedono un non forse troppo velato riferimento allegorico alla politica USA di questi anni.

La chitarra potente di O’Brien si sempre fa sentire orgogliosa nella compattezza dei suoni di basso, batteria e chitarre. Nel western urbano di “Last to Die e nel classico suono del Boss di “Long Walk Home” . Proprio in quest’ultima il testo lascia immaginare la saggezza di un uomo ribelle adulto e maturo, non per questo rinnegato, un sorta di James Dean come avremmo voluto che fosse da grande ma come non è mai potuto essere.

Chiude “ufficialmente” l’album la commossa e splendida “Devil’s Arcade” quasi l’unico brano del disco dall’ardire “politico” (e non solo sociale), composto nello stile sensibile con cui Springsteen è abituato a parlare e a scrivere i propri testi.

Ho parlato di chiusura “ufficiale” dal momento che quella “effettiva” è data da una ghost track sincera e commossa dedicata all’amico Terry Magovern ( “Terry’s Song” ). La canzone è stata scritta la notte dopo la morte del suo vecchio amico e assistente che, per una vita, lo ha preceduto ovunque in oceanici concerti da stadio e in performance per pochi intimi nei piccoli club.

"L’amore è più forte della morte, come le canzoni e le storie da raccontare" : è uno dei passi più belli di “Terry’s Song dove è facile immaginare Bruce, forse con gli occhi ancora gonfi dal pianto e il cuore rotto dal dolore della morte, che con estrema lucidità e talento fa confluire nell’ultima e inattesa canzone tutto il significato dell’album stesso.

"Magic" è un disco rock di grande energia ben suonato da Bruce e dalla E-Street Band; denso di suoni e come sempre non privo di contenuti importanti che ne arricchiscono il significato e l’ascolto. Provate ad ascoltarlo. A mio avviso non ne sarete comunque delusi: forse i fan di Springsteen della prima ora potranno, a ragion veduta, obiettare in più punti su questa mia "recensione" , ma è innegabile che questo disco è fatto di musica vera, matura e consapevole, ottimamente suonata e dove, soffermandosi sui testi e contenuti, è possibile riscontrare in più punti il vero spirito del Boss.

Bruce Springsteen e la E Street Band nel 1975.

(nella foto da sinistra: Max Weinberg, Clarence Clemons,
Bruce Springsteen,
Roy Bittan, Steve Van Zant,
Gary Tallent,
and Danny Federici. non presenti nella foto: Patti Scialfa, Nils Lofgren)


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Di DL4U (del 07/10/2007 @ 16:07:54, in Impegno sociale, linkato 726 volte)

Oggi la 17° marcia della pace da Perugia ad Assisi.

 "Tutti i diritti umani per tutti"  lo slogan di quest'anno.

In coincidenza della marcia della pace il blog esprime solidarietà per la protesta pacifica dei monaci e del popolo birmano, per i civili afghani, iracheni, somali e di tutte le vittime di conflitti, noti o dimenticati, e di torture e  ingiustizie. 

Chiudo questo veloce post  con  una piccola riflessione in merito dei Peanuts ...

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Di DL4U (del 04/10/2007 @ 22:03:19, in Musica, testi, citazioni, canzoni, linkato 899 volte)


Ahmed l'ambulante

(Modena City Ramblers - Riportando tutto a casa - 1994)

Testo di Stefano Benni
_________________________________________________________________

Quaranta notti al gelo
sotto un portico deserto
ho venduto orologi alle stelle
Ashiwa dea della notte
vieni a coprirmi d'oro
ho braccialetti finti
ed un anello per ogni mano
ma nessuna moglie.

La quarantunesima notte
vennero a cercarmi
pestaron gli orologi come conchiglie
Ashiwa dea della notte
fammi tornare a casa
avrò una valigia
piena di dolci e di cravatte
e rivedrò il mio villaggio.

Così per divertirsi o forse
perché risposi male
mi spaccarono la testa con un bastone
Ashiwa dea della notte
lei venne a liberarmi
le mie tempie
lei baciò ed io guarii
e loro no non la videro.

Quaranta notti al gelo
sotto un portico deserto
ho venduto orologi alle stelle
Ashiwa dea della notte
vieni a coprirmi d'oro
ho braccialetti finti
ed un anello per ogni mano
ma nessuna moglie.

Non sono morto al freddo
delle vostre città
ma su una grande pila d'ebano
e la mia gente ha cantato e ballato
per quaranta notti

_________________________________________________________________



Ho scoperto che tra gli occasionali lettori di queste pagine c'è qualche fan dei MCR
e quindi pubblico questo testo di Stefano Benni messo in musica dai Modena nell'album
"Riportando tutto a casa" del 1994.  Qui sotto trovate anche un piccolo podcast della canzone...

Un piccolo pensiero, spero gradito, x Laura & Ele
un meraviglioso esempio di simpatia, spontaneità  e amicizia...

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Di DL4U (del 01/10/2007 @ 09:16:42, in Viaggi e giornate da ricordare, linkato 2162 volte)



Sabato 29 settembre 2007 missione Monaco di Baviera. Partenza in pullman da Sesto Calende alle ore 0.45 e arrivo alle ore 7.30 circa nel piazzale dell'Oktoberfest. Il tempo piovigginoso non prometteva nulla di buono e ci aspettevamo una giornata sotto l'acqua. Dopo un vano tentativo di trovare un caffè, necessario per il risveglio dopo la nottata in viaggio, assonnati cominciamo il tour negli stand ancora chiusi della fiera. Ovunque un andirivieni di camion e autobotti (!!!!) per i necessari rifornimenti agli stand per la giornata, di fronte ad ogni tendone già numerosi capannelli di gente che preme per entrare: sono le 7.30 le porte apriranno solo verso le 9.00 : - )
Nessun problema per trovare quacuno che ci scatti una foto sotto il portale d'ingresso: ovunque ti giri trovi qualche paisà pronto a socializzare (ma non eravamo in Germania !?!). Dopo una maldestra manovra di accodamento (n.d.r. dall'uscita!) per entrare in uno stand e dopo aver consumato un salatissimo (nel senso letterale del termine) pane Breize (...ma va è zucchero! Fidati!.. ultime parole famose...) assistiamo l'assalto (nel senso di valanga umana) all'ingresso. Qui non si entra più, scegliamo uno stand meno affollato. Siamo attirati da quello col porco rotante come insegna: lo Spaten Festzelt. Dentro è impossibile sedersi, optiamo per i tavolacci esterni. Per fortuna il cielo si sta aprendo, un po' di vento sta spazzando le nuvole e il sole fa capolino. Pronti via e ti arriva un donnone formato armadio che pare essere una cameriera: lei non capisce una mazza di italiano e di inglese, noi una mazza di tedesco... Chiede: "Bier?" ... E sia... sono le 10.30 della mattina... Arrivano i boccali e comincia la festa. Intorno i tedesconi, i giovani bavaresi e un paio di Heidi niente male intonano canzoni tipiche che un gruppo di bergamaschi vicini di tavolo naturlamente conosce a menadito (mezzo italiano, mezzo dialetto e via!). Al nostro tavolone si aggrega un gruppo di di giovani tedeschi tutti i con camicia blu a righe d'ordinanza... Finalmente qualcuno che parla inglese, e si socializza subito. Molto simpatico "Columbus", questo il nome stampato sulla camicia, che ci scatta pure qualche foto. La fame aumenta e alle 11.30 scatta l'operazione "StincodiPorco": ovvero come fare a far capire alla cameriera tedescona che vogliamo lo stinco di porco con patate... Al primo tentativo otteniamo altri boccali di birra (e vabbè...) al secondo con un menù in inglese otteniamo quanto voluto. Non male il porcello, le patate (ovviamente un surrogato) sono un un po' una sola... Sono ormai le 12.00 passate, il sole ha preso a splendere e fa pure caldo. E' tempo di visitare Monaco: sento già qualche voce che commenta... "Ma come???" . Sì , si parte per turismo, mica vogliamo passare tutta la giornata seduti ad un tavolo quando la città offre molto da visitare. Gambe in spalla e via, da TheresenWiese (il piazzale della festa) al centro ce la facciamo tutta a piedi. L'idea non è male perche così possiamo vedere meglio tutto quello che c'è da visitare. La prima è la chiesa di St. Paul appena fuori al macello dell' OktoberFest. Stile gotico e un interno apparentemente un po' "nuovo e vuoto". Dovremo abituarci la città è stata in buona parte riconstruta dopo la seconda guerra. Si riparte verso la piazza KarlStad, dove c'è una originale fontana e il Palazzo del Governo. Da lì parte la zona pedonale e AugustinerStrasse, il corso che porta verso il centro cittadino. Pochi passi e siamo davanti alla chiesa di San Michele (St. Michael Kirke): di aspetto non gotico anche questa merita una visita. Facendoci strada tra la folla arriviamo di fronte al Duomo di Monaco in FrauenPlatz. Facciata a mattoni a vista e due torri campanarie a cupola, nel sagrato il plastico di Monaco e una singolare fontana con i "funghi" (vi rimando alle foto per maggiori dettagli). Entriamo. Sul portone troviamo a terra "l'impronta del Diavolo" ovvero un'impronta che la leggenda dice sia il piede del diavolo... Dentro il solito stile austero, il mausoleo, gli stemmi del cardinale (ora papa) Ratzinger e la cripta. Interessanti i dipinti nelle cappelle lungo le navate. Usciamo e arriviamo in pochi minuti nella piazza del Teatro Nazionale (la "Scala" di Monaco) e della Residenz, una residenza nobiliare dai meravigliosi giardini interni. Una breve sosta al sole sugli scalini del Teatro (un abbiocco di Paolo...) e poi un giro nel primo cortile interno della Residenz. Qualche foto ricordo e via per la strada dei negozi di lusso. Giriamo verso il centro, una sosta davanti alla pù vecchia e prima birreria di Monaco la HofBrauHaus e poi di corsa verso MarienPlatz, la piazza più importante della città.
In piazza spicca il municipio gotico, simbolo della città, e la stele con in cima la madonnina dorata. Nella piazza una fiumana di gente va e viene e un'allegra orchestrina bavarese suona per i turisti. Un giro nel cortile interno del municipio a questo punto è d'obbligo. E' quasi tempo di tornare. Si punta diretti di nuovo verso Frauenkirche (il duomo), con l'obiettivo di scalare una delle due torri campanarie e vedere Monaco dall'alto. Dopo 86 gradini, un po' di coda, un ascensore e 3 euro la missione è compiuta.
Ma ne valeva la pena il panorama è meraviglioso e 360 °. Grazie alla bella giornata da lontano vediamo pure il villaggio olimpico di Monaco 1972 e l'imponente torre che sovrasta lo stadio dei giochi. Tutto materiale per la macchina digitale. Scendiamo, un paio di soste per i viveri, e ci incamminiamo per il ritorno verso l'Oktoberfest. Arriviamo a ThereseWiese verso le 18.30. Il casino e la folla sono quadruplicati: un salto nella zona delle attrazioni per girare la parte che alla mattina non eravamo riusciti a vedere. Come cavolo faranno 'sti tedeschi dopo una giornata a bere e mangiare a salire su quelle giostre kamikaze senza crepare lo sanno solo loro. Scatta l'operazione "cappellone": ovvero come procurarsi al minor prezzo il cappellone da mago tipico della festa senza essere letteralmente dissanguati... 'Sti crucchi anche loro mica scherzano nel fregare i turisti! Trovato! Sette euro, massì si può fare, non avrà il logo ricamato come gli altri ma almeno il prezzo è accessibile. E' ormai sera tutto si illumina e la folla è impressionante. Ormai non si riesce nemmeno ad avvicinarsi agli stand, meglio un giro sotto la collina di Therese che domina la spianata e qualche foto by night della festa. Ormai ci siamo si torna al bus... qualcuno è in ritardo e viene raccattato dopo mezzora in giro per gli stand. Ore 22.30 circa si parte.. il viaggio di ritorno è iniziato.

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