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 L'imbarcadero sul lago ... (Angera)... di DL4U
 
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Indietro non si torna, non si può tornare giù. Quando ormai si vola non si può cadere più....

Vasco Rossi - "Gli Angeli - Nessun Pericolo per Te" - 1996
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di DL4U (del 19/11/2008 @ 00:01:48, in Cinema, linkato 991 volte)



A distanza di un anno circa dal post in cui recensivo il film del 2005, torno in su "Romanzo Criminale" in concomitanza con la messa in onda della serie omonima sui canali di Sky (Cinema 1 e Cinema HD). Come ben sapete questa storia mi ha appassionato molto sin dalla lettura del libro originale di Giancarlo De Cataldo e poi l'interesse si fortemente consolidato dopo la visione dell'ottima trasposizione cinematografica di Michele Placido. Avendo appreso dell'uscita di questa nuova serie non potevo mancare all'appuntamento: non avendo abbonamenti a Sky ho recuperato e visionato le prime due puntate sui canali del p2p e la terza è in fase di completamento. Non ritorno ad approfondire i temi della storia (vi rimando al post di un anno fa), ricordo soltanto che "Romanzo Criminale" è la cronistoria delle vicende della Banda della Magliana, un gruppo di delinquenti realmente esistito, che mise a ferro e a fuoco Roma negli anni '70-'80 intrecciando le propri interessi (fatti di violenza e spaccio di droga) con i principali fatti di cronaca avvenuti in quegli anni (su tutti il sequestro Moro) entrando spesso in contatto con frange deviate dei servizi segreti e degli apparati dello stato. La nuova serie si caratterizza per un cast di attori giovani e non ancora noti al pubblico, nessuno degli protagonisti del film originale è stato ripreso, e per uno svolgimento che si dipana sulla lunghezza di 12 puntate da circa 50 minuti ciascuna. La visione delle prime due puntate mi ha piacevolmente stupito per una sceneggiatura estremamente curata, un'attenzione quasi maniacale per i particolari nella realizzazione delle ambientazioni (ancor più apprezzabile tenendo conto delle numerose scene in esterna in presa diretta nei quartieri di Roma) e infine, ma non meno importante, per la recitazione molto attenta e realistica del gruppo degli attori. Quest'ultimo aspetto, sopratutto, è da sottolineare poichè non era semplice far di nuovo apprezzare al pubblico i personaggi della storia incarnandoli in attori sconosciuti, senza fare il verso a Favino, Rossi Steward, Accorsi e Jasmine Trinca del film originale. Sulla sceneggiatura comunque i produttori sono andati sul sicuro ingaggiando anche per la serie De Cataldo e Placido, che assieme ad altri nomi hanno quindi plasmato la serie sulle pagine originali del libro. Riuscendo forse a far di meglio: potendo giocare su una maggior disponibilità di tempo per il racconto (12 puntate contro le due ore del film) i lettore del romanzo originale può ritrovare quelle pagine e qui dettagli della storia che, per ovvie ragioni di durata, nella versione cinematografica erano state tagliate e quelle digressioni sul contesto ambientale e sociale in cui le vicende della Banda della Magliana realmente si inserirono: il fermento politico, gli tra scontri gruppi studenteschi e forze dell'ordine e quant'altro caratterizzò quel periodo degli settanta-ottanta. A far da giusto accompagnamento alle immagini anche nella serie troviamo una buona colonna sonora con brani cult di quegli anni. Nonostante la visione sia solo all'inizio, ritengo che questa serie possa ritenersi una delle migliori produzioni degli ultimi tempi, lontana dai canoni standard della fiction all'italiana, e in sintesi un progetto riuscito, innovativo ed originale.

 
Di DL4U (del 15/07/2008 @ 01:22:03, in Cinema, linkato 588 volte)
Tutto sommato la giornata è finita meglio di come è iniziata... sono bastati un po' di sole che ha allontanato la pioggia ed ha alzato la temperatura, un po' di movimento come valvola di sfogo delle tensioni ed un sorriso dalle persone giuste e l'umore è un po' cambiato in meglio. A volte basta davvero poco...




La giornata si è chiusa con la visione di un film che mi è appena arrivato, una storia molto particolare con protagonista un giovane Al Pacino. "Un pomeriggio di un giorno da cani" ("Dogday Afternoon"), pellicola del 1975 di Sidney Lumet basata sul racconto di eventi realmente accaduti il 22 agosto del 1972 in una banca di Brooklyn, New York. Un film drammatico, quasi un thriller, che però spesso prende pieghe grottesche tali di strappare allo spettatore più di un sorriso. Un po' di azione e una critica sociale molto marcata tanto da fare del fim un vero e proprio dramma umano, tagliente ed irriverente. Narra le vicende di Sonny Wortzik (un reduce del Vietnam, intepretato da Pacino), che, con il suo amico Salvatore "Sal" Naturile, tiene in ostaggio i dipendenti di una banca per un'intera giornata sino ad un drammatico epilogo. Una straordinaria intepretazione di Al Pacino già ai massimi livelli, ottimamente doppiato da Giancarlo Giannini. Film premiato con un Oscar per la miglior sceneggiatura originale e 4 nomination: miglior film, miglior regia, miglior attore (Al Pacino), miglior attore non protagonista (Chris Sarandon). Ve lo consiglio se già non lo avete visto. Ah... se vi chiedete la ragione del titolo del post, vedetevi il film.

 
Di DL4U (del 06/04/2008 @ 02:31:21, in Cinema, linkato 849 volte)



Questa settimana finalmente ci sono riuscito; era diverso tempo che volevo procurarmelo per poterlo vedere: lasciatemelo dire ne è valsa la pena. Questa volta vi propongo il mio punto di vista su “Radiofreccia”, opera prima del 1998 di Luciano Ligabue nei panni di regista e sceneggiatore cinematografico.

Ispirato alla raccolta di racconti “Fuori e dentro dal borgo” dello stesso cantautore il film fu un inaspettato successo al botteghino e fu premiato con ben tre David di Donatello, due Nastri d’Argento e tre Ciak d’Oro. Motivo di tanto consenso? La risposta l’ho trovata facilmente nella trama, nelle dinamiche, nei personaggi e nelle vicende raccontate nella pellicola: sono le storie irrequiete, disperate, goliardiche e drammatiche al tempo stesso della provincia emiliana e di un gruppo di giovani, tra i diciotto e i venti anni, nell’Italia degli anni settanta. A far da volano alla trama del film la rivoluzione delle radio libere, della “pirateria” sulle onde FM, un fenomeno che in quegli anni (la storia prende le mosse nel 1975) scatena nell’Italia del monopolio e delle bombe la fantasia scanzonata, la voglia repressa ed irrinunciabile di comunicare idee, l’istinto di cambiamento e rottura di un’intera generazione di giovani già in fermento. Basta un trasmettitore da poche lire, un paio di giradischi, un mixerino, un microfono e una buona collezione di vinili e una radio è fatta: l’etere è lì, a disposizione di chiunque abbia voglia di dire qualcosa di diverso, di fa sentire al propria voce e il proprio pensiero. Anche a distanza di chilometri. Le porte si aprono, le distanze si annullano, la profonda e più isolata provincia dell’Italia può essere per un attimo al centro del mondo. E’ una rivoluzione culturale (seguita forse solo da internet tanti anni dopo) che per la prima volta “spara” nella modulazione di frequenza le note di David Bowie, degli Stones, dei Pink Floyd, le discussioni sui veri problemi dei giovani e della società in generale. Ecco in questo contesto, nell’italica Bassa Padana (che in tutto e per tutto è tagliata su Correggio, paese natale di Ligabue) cinque ragazzi si inventano una radio dopo averne avuta l’idea sentendone il suono di un’altra (FM pirata) nel bar di Adolfo (Francesco Guccini) , loro unico punto di aggregazione in un paese altrimenti morto e monotono. Nasce con tanto impegno, pochi soldi e molta passione “Radio Raptus” , ribattezzata poi, diciotto anni dopo la sua nascita “RadioFreccia. Benassi Ivan (riportiamo rigorosamente il cognome prima del nome come usa nella “bassa” reggiana - ruolo interpretato da uno Stefano Accorsi in piena forma) detto “Freccia” per una strana voglia che ha sulla tempia è il leader del gruppo formato da Iena (Alessio Modica), Boris (Roberto Zibetti), Tito (Enrico Salimbeni) e Bruno (Luciano Federico). Il narratore della storia, ripercorsa in un lungo flashback che parte dal giorno della morte di Freccia nonché ultimo di trasmissione della radio dopo diciotto anni, è Bruno: lui che ha fortissimamente voluto e creato Radiofreccia, coinvolgendo poi tutti gli altri, ricorda i fatti di questi quasi diciotto anni, interrompendo il racconto il 24 aprile 1993, un minuto prima del diciottesimo compleanno della radio: l’anno in cui sarebbe diventata adulta. Il racconto ruota intorno a Freccia un ragazzo dalla famiglia inesistente (padre morto e madre zoccola) ma bello, coraggioso, leale, simpatico; a cambiare i rapporti di Freccia con gli amici di sempre, con il mondo arriva con l’eroina offerta una sera da una ragazza; con la droga e i “buchi” arrivano l'isolamento, e la difficile china da risalire per uscire dal fosso della dipendenza. La forza di Freccia si manifesta nella voglia di uscirne, d'innamorarsi ancora (purtroppo della ragazza sbagliata) e nella capacità di confessare e raccontare tutta la propria vicenda davanti ad un microfono a monito per tutti i giovani come lui. Accanto al protagonista si intrecciano le storie di Tito che tenta di uccidere il padre che abusa della sorella, di Iena che sposa una donna che lo tradirà con Boris il giorno stesso delle nozze, durante il pranzo. Solo Bruno, più posato e razionale, avrà sorte migliore e una vita normale con la fidanzata Ilaria. Proprio Bruno dopo la morte di Freccia, chiuderà le trasmissioni di “Radio Raptus” ormai divenuta "Radiofreccia", esattamente un minuto prima che compia diciotto anni.

Ligabue dirige il film con schiettezza e sincerità (d’altra parte racconta e filma storie autobiografiche e luoghi da lui direttamente vissuti) rappresentando in modo a volte crudo, a volte ironico ma sempre efficace e diretto la realtà dell’Italia, della società e dei giovani di quegli anni. A supporto del racconto una scelta musicale notevole per la colonna sonora ( Can't Help Falling in Love di Elvis Presley - suonata dalla banda del borgo - , Sweet Home Alabama dei Lynyrd Skynyrd, Run Through the Jungle dei Creedence Clearwater Revival, Love is the Drug dei Roxy Music, Rebel Rebel di David Bowie, Don't Stop dei Fleetwood Mac, My Sharona dei Knack e altri..).

Tra le sequenze del film una su tutte rimane fissa nella memoria: il monologo notturno di Freccia alla radio. Il “Credo” laico recitato da Ivan Benassi è un discorso, semplice ma immediato, quasi una piccola filosofia, in cui ciascuno di noi ci si può ritrovare, anche a trent’anni e più di distanza…

« Buonanotte. Quì è Radio Raptus, e io sono Benassi - Ivan. Forse lì c'è qualcuno che non dorme. Beh, comunque che ci siete oppure no io c'ho una cosa da dire. Oggi ho avuto una discussione con un mio amico. Lui è uno di quelli bravi: bravi a credere in quello cui gli dicono di credere. Lui dice che se uno non crede in certe cose non crede in niente. Beh, non è vero: anch' io credo. Credo nelle rovesciate di Bonimba e nei riff di Keith Richards; credo al doppio suono di campanello del padrone di casa che vuole l'affitto ogni primo del mese; credo che ognuno di noi si meriterebbe di avere una madre e un padre che siano decenti con lui almeno finché non si sta in piedi; credo che un Inter come quella di Corso, Mazzola e Suarez non ci sarà mai più, ma non è detto che non ce ne saranno altre belle in maniera diversa; credo che non sia tutto qua, però prima di credere in qualcos'altro bisogna fare i conti con quello che c'è qua, e allora mi sa che crederò primo o poi in qualche Dio; credo che semmai avrò una famiglia sarà dura tirare avanti con 300.000£ al mese, però credo anche che se non leccherò culi come fa il mio caporeparto difficilmente cambieranno le cose; credo che c'ho un buco grosso dentro ma anche che il Rock 'n' roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro e le stronzate con gli amici, beh, ogni tanto questo buco me lo riempiono; credo che la voglia di scappare da un paese con 20.000 abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso, e credo che da te non ci scappi neanche se sei Eddy Merckx; credo che non è giusto giudicare la vita degli altri, perché comunque non puoi sapere proprio un cazzo della vita degli altri. Credo che per credere, certi momenti, ti serve molta energia. Ecco, vedete un po' di ricaricare le vostre scorte con questo. »

(Discorso di Freccia su Radio Raptus, prima di mandare in onda "Rebel Rebel" di David Bowie)


 
Di DL4U (del 18/03/2008 @ 23:31:21, in Cinema, linkato 855 volte)
"Ci sono momenti come questo in cui riesco a sentirmi felice.
Voglio che rimanga tutto così per sempre.
Anche se so che per sempre non esiste"




La frase sopra riportata è ripresa dalla scena finale del film "Saturno Contro", opera del 2007 del regista Ferzan Ozpetek. Un cast di prim'ordine (PierFrancesco Favino, Stefano Accorsi, Luca Argentero, Margherita Buy, Ambra Angiolini, Serra Yilmaz, Milena Vukotic, Isabella Ferrari, Ennio Fantastichini) per un film toccante ed emozionante, che ha come temi centrali quello dell'amicizia (vista come una sorta di famiglia allargata) oltre a quello dell'amore, della morte, e delle difficoltà che nascono in conseguenza di essa. Ozpetek realizza con "Saturno Contro" il suo film più personale e maturo, rappresentando quello che per lui è l'amicizia, intesa come vera famiglia, tradizionale o non, sottolineando l'importanza della sua presenza, quasi superiore a quella dell'amore, di avere al proprio fianco persone capaci di sacrificare ogni cosa, nel momento in cui si ha bisogno della loro presenza, del loro aiuto. Accanto a quello principale dell'amicizia c'è poi il tema fortissimo della morte, delle conseguenze che questa comporta, delle difficoltà che necessariamente nascono nel momento stesso in cui qualcuno viene a mancare, dal doversi per forza di cose separare da lui e del vuoto spesso incolmabile che si crea nella vita di chi sopravvive. A corollario della pellicola uno struggente e passionale tema musicale dai toni latini, composto da Neffa e arricchito dal brano "Remedios" di Gabriella Ferri.
Nello svolgersi della trama i momenti emozionanti si alternano a quelli divertenti; spesso ci si commuove, grazie anche all'uso poetico, autobiografico di Ozpetek della macchina da presa e delle inquadrature.
Impeccabili tutti i personaggi, su tutti quelli "secondari" (ottime le prove di Ambra e Fantastichini),e un' ennesima conferma per Favino già protagonista di altre pellicole degne di nota e ricordo. Un film duro, toccante, malinconico ma positivo, ottimamente diretto e sceneggiato, capace di trattare temi scomodi, ma attuali, in modo partecipato e profondo. Da vedere.
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Passione
Neffa (G. Pellino)

Dammi passione
anche se il mondo
non ci vuole bene
anche se siamo
stretti da catene
e carne
da crocifissione

presto noi sogneremo
distesi al sole
di mille primavere
senza il ricordo
di questa prigione
di un tempo
lontano ormai

Abbracciami e non lasciarmi qui
lontano da te
abbracciami e fammi illudere
che importa se questo è il momento
in cui tutto comincia e finisce
giuriamo per sempre però
Siamo in un soffio di vento che già se ne va

C'erano le parole
c'erano stelle

che ho smesso di contare
perso nei giorni
senza una ragione
nei viaggi senza ritornare

ora tu non spiegare
tanto lo sento
dove può il dolore
quando la notte
griderà il mio nome
nessuno ricorderà

Abbracciami e non lasciarmi qui
lontano da te
abbracciami e fammi illudere
che importa se questo è il momento
in cui tutto comincia e finisce
giuriamo per sempre però
Siamo in un soffio di vento che già se ne va

Siamo in un soffio di vento che già se ne va.

 
Di DL4U (del 19/11/2007 @ 00:55:16, in Cinema, linkato 3681 volte)


AMICI MIEI

(di Mario Monicelli, 1975)


Un racconto divertente e amaro che segna l’ultimo periodo della vera commedia all’italiana: queste poche parole basterebbero a definire “Amici Miei” , pellicola italiana del 1975. Il film nasce come opera di Pietro Germi, ma la malattia portò via il regista nei giorni dell’inizio delle riprese; il progetto fu quindi affidato a Mario Monicelli, grande amico di Germi e già autore di lavori nello stesso solco narrativo quali “I soliti ignoti”, “La grande guerra” e “L’armata Brancaleone”. Cinque gli amici e i protagonisti del racconto : il giornalista e io narrante del film Giorgio Perozzi (Philippe Noiret), l’architetto comunale Rambaldo Melandri (Gastone Moschin), il conte spiantato Lello Mascetti (Ugo Tognazzi), il barista Guido Necchi (Duilio Del Prete) e il Professor Sassaroli (Adolfo Celi). Sono tutti uomini di mezza età, amici inseparabili e infaticabili goliardi. A far da sfondo delle loro avventure e scorribande, le cosiddette "zingarate" , una Firenze degli anni settanta.

Tra i componenti di questo piccolo nucleo vige la vitalità, la complicità e la consapevolezza che lo sberleffo e la burla sono ormai l’unica risposta possibile al grigiore dall'ambiente, dal lavoro, dalla famiglia.

L’ amarezza, che nonostante la vena goliardica dei protagonisti, è la vera protagonista di questo film, è di fatto la grande protagonista della vita stessa; quell’esistenza che va stretta ai nostri personaggi e che quindi cercano una semplice fuga dalla realtà, mascherata dal desiderio di divertirsi, di non farsi scappare l'occasione per giocare. Si definiscono “zingari” perché sentono in loro un desiderio irrinunciabile di libertà e di distacco del piattume della propria vita, si cercano e si uniscono per dar vita ad indimenticabili avventure attraverso le quali si affrancano temporaneamente dai problemi di tutti i giorni. Quando gli zingari tornano dalle loro scorribande è spesso il silenzio che domina la scena: un silenzio che significa un maledetto e inevitabile ritorno alla normalità, ai dispiaceri della vita, alla realtà fatta di problemi.

Fannulloni, immaturi e spiantati ecco le principali qualità degli “zingari” di Monicelli.

Ugo Tognazzi (il conte Lello Mascetti): nobile decaduto, appartenente nostalgico di una generazione passata che ha vissuto nell’ozio e ormai destinata verso un inevitabile declino. Ormai (siamo nel 1975) il ’68 è venuto con il suo carico di rivoluzioni: la società è mutata radicalmente mettendo tutti sullo stesso piano, abolendo certi privilegi, e imponendo a tutti di lavorare per sopravvivere. Ma il Mascetti, non si rassegna, continua a vivere il suo desiderio di nobiltà, facendo la “vita” mantenendo alta una sua dignità, non accettando elemosine e le collette degli amici. Le sue fughe sono un disperato tentativo di fuga da una dura realtà fatta di un squallido monolocale in uno scantinato e di una famiglia ridotta a mendicare aiuti a destra e a manca per sopravvivere ai morsi della fame.

Nel ruolo del Mascetti, un indimenticabile e commovente Ugo Tognazzi che per questo film vinse, nel 1976, il David di Donatello come miglior attore.

Adolfo Celi (il professor Sassaroli): è un medico chirurgo roccioso,un affermato e stimato primario in una clinica privata fiorentina. Alto borghese, ricco, una bella moglie, due figlie e una grande casa; spregiudicato sino alla follia non si fa molti scrupoli a cedere le familiari (incluso un cane e una governante) all'architetto Melandri per unirsi alla banda degli “zingari”. Forse il vero motore vulcanico del gruppo, sono mitiche le ricorrenti scene in cui abbandona un paziente già pronto sul letto operatorio per correre dagli amici.

Gastone Moschin (l'architetto precario del comune Rambaldo Melandri): è il romanticone e sognatore del gruppo; si innamora, che perde più volte la testa per una donna, allontanandosi dagli amici. Poi bastonato e con la coda tra le gambe, rinsavisce, e torna dagli amici a divertirsi e a modo suo ritorna uomo. Ora triste ora gioviale, umanissimo nelle sue escursioni di umore e di sentimenti è forse il personaggio più vicino a tutti noi.

Philippe Noiret (il giornalista della Nazione Giorgio Perozzi): è anche la voce narrante del film, costantemente ripreso dal figlio che gli rimprovera l’immaturità e l’incapacità di vivere responsabilmente la sua condizione di uomo adulto. Noiret, maschera di sconcertante espressività, rappresenta la noia, lo scherno, il divertimento, il non prendere nulla sul serio. Una curiosità: in questo film Noiret è doppiato in italiano da Renzo Montagnani ovvero l'attore che nei due seguiti del film originale interpreterà il personaggio del Necchi.

Duilio Del Prete (il Necchi): è il proprietario del bar, nonché ritrovo, dove nascono e finiscono tutte le zingarate. E' un personaggio che è destinato a scomparire nel mondo e nella società che sta arrivando: maschilista convinto, opprimente e menefreghista nei confronti della moglie.

In mezzo a questi personaggi e queste vite, fatte di meschinità, di angoscianti tentativi di emancipazione da una realtà che disgusta e ripugna, ci sono le zingarate: c'è il 'tutto giù', quando per fingere di costruire un'autostrada che attraversa un paese gli zingari si divertono a gettare nella massima apprensione gli inebetiti paesani.
C'è la supercazzola (o come meglio dovrebbe essere definita “supercazzora”) con scappellamento a destra: il nonsense verbale per eccellenza improvvisato per inebetire e confondere la vittima e far ridere gli amici. Il marchio di fabbrica del Mascetti, una perla di pura genialità comica che solo dalla mente di Tognazzi poteva partorire. Ed infine la scena mitica degli schiaffi alla stazione: ovvero il delirio collettivo. Una sequenza del film che ha fatto la storia del cinema ed è pura arte nella sua completa illogicità e follia .
Il riso e il pianto, l'ironia e l'amarezza vivono il loro climax nella scena finale, quando i quattro superstiti, pur piangendo il compagno morto (il Perozzi), trovano egualmente lo spirito per mettere a segno una nuova zingarata, in una vena dissacratoria che rimane inarrestabile e che arriva a sbeffeggiare e ridicolizzare anche la morte. Un finale dolce e amaro che comunque lascia allo spettatore un sorriso velato di amarezza sulla bocca. E’ forse l’ultimo vero capolavoro della commedia all'italiana che è stata di Sordi, De Sica e Totò. Al film seguiranno due seguiti negli anni ottanta (Atto Secondo e Terzo), di cui solo il secondo è degno di menzione .Una citazione particolare per la toccante colonna sonora, firmata da Carlo Rustichelli.

Il testo della prima "supercazzora" del film tra il Mascetti e un vigile
che lo vuol multare per uso improprio del clacson:

Mascetti - Prematurata la supercazzora o scherziamo?.
Vigile - Prego?
Mascetti - No, scusi... Noi siamo in quattro, come se fosse antani anche per lei soltanto in due, oppure in quattro anche scribai con cofandina, come antifurto per esempio?
Vigile - Ma quale antifurto?! Questi signori qua stavano suonando loro, non si intrometta!

Mascetti - No scusi mi faccia vedere l'indice... Guardi! Guardi! Lo vede che stuzzica? Che prematura anche? Allora io potrei dirle anche due parole come vicesindaco capisce?
Vigile - Vicesindaco?
Perozzi e Melandri - Ah! Ah! Ah!
Vigile - Basta così, mi seguano al commissariato!
Perozzi - No eh?! No... Antani secondo l'articolo 12 abbi pazienza... Sennò posterdati per due anche un pochino antani in prefettura!
Mascetti - Senza considerare che la supercazzora brematurata ha perso i contatti col terapio tapioco...
Perozzi - Dopo!

 
Di DL4U (del 12/08/2007 @ 23:50:58, in Cinema, linkato 2707 volte)

Non appena ho deciso di scrivere questa recensione, mi son reso conto delle difficoltà in cui mi sarei imbattuto; non è semplice racchiudere in un testo di senso compiuto l' emozione che mi ha coinvolto per tutta la durata del film sin dalla sua prima visione. Un lungo romanzo illustrato, che amo e che ho rivisto più volte: forse l’ opera più importante della cinematografia italiana degli ultimi anni. 

 

 

 

“ La Meglio Gioventù ": un progetto ambizioso del regista milanese Marco Tullio Giordana, non nuovo a opere di respiro storiografico, capace di raccontare l’Italia e la sua storia vista attraverso gli occhi e le vicende di due fratelli, dall’alluvione di Firenze del 1966 sino a giorni nostri.

Un lungo viaggio di quarant’anni attraverso le rabbie, le gioie, le illusioni e le delusion di una generazione racchiuso in sei ore di film. Trent’anni dopo “Novecento” di Bertolucci, la cinematografia italiana può di nuovo annoverare tra le sue opere una produzione di ampio respiro, capace di leggere la storia contemporanea in modo diretto e naturale fornendo un affresco partecipato e commovente di un'epoca tormentata e difficile del nostro paese. Attraverso la magistrale sceneggiatura di Sandro Petraglia e Stefano Rulli, Giordana narra con passione i sentimenti e il vissuto dei personaggi del film (ora protagonisti, ora da osservatori delle vicende raccontate) nel loro quotidiano scontrarsi con i piccoli e grandi problemi della vita.

Ciascun personaggio viene connotato con una propria sensibilità e ben precisa personalità: c’è il coraggio di chi vuol tentare di cambiare qualcosa per lasciare anche solo un segno che possa contribuire migliorare proprio presente e il proprio futuro, c’è l’alienazione e la difficoltà di chi rimane ai margini perché troppo impegnato a trovare in sé stesso un senso alla propria vita.

 

 

 

 A dar supporto alla commozione e allo struggimento del racconto, troviamo una fotografia calda e palpitante che partecipa delle emozioni dei personaggi; una narrazione coinvolgente grazie alla forza dei dialoghi che si distinguono per originalità e profondità; una meravigliosa e trascinante combinazione di confronti tra attori che vivono con partecipazione il copione e sequenze narrative e didascaliche in cui il regista si concede amari e disillusi spaccati di memoria collettiva ad uso degli spettatori.

Di alto livello anche il novero degli attori che viene radunato per questo poderoso racconto: alcuni già noti come Luigi Lo Cascio, Andrea Tidona e Fabrizio Gifuni, altri praticamente esordienti come Alessio Boni (chiamato alla prova difficile di interpretare la figura difficile di Matteo), Sonia Bergamasco, Maya Sansa, Claudio Gioè, Jasmine Trinca (meravigliosa conferma dopo la prova ne "La stanza del figlio" di Moretti). Citazione a parte merita la prova di Adriana Asti nel ruolo della madre: l’attrice milanese suggella la propria carriera,già illustre e nobile, con una interpretazione viva e sublime e disegna un personaggio moderno, italiano, semplicemente indimenticabile.

 

 

 

 

 

La partecipazione del film è vissuta nelle tematiche affrontate: eventi, moti ed idee che hanno attraversato e modificato, spesso con violenza e spaccature, il costume e la società italiana – le rivolte studentesche e operaie del ’68, l'apertura dei manicomi (il personaggio di Nicola, interpretato da Luigi Lo Cascio è un discepolo di Franco Basaglia), l’omosessualità, il rapimento Moro, il terrorismo e la mafia sino ad arrivare ai giorni nostri con gli omicidi di Falcone e Borsellino e Tangentopoli. Lo stile e la lettura degli eventi e delle storie fa de “La Meglio Gioventù” un film colto e impegnato ricco di numerosi e frequenti omaggi a maestri italiani del cinema: Pier Paolo Pasolini ("La meglio gioventù" è il titolo di una raccolta di liriche del poeta friulano), Roberto Rossellini,Ettore Scola e soprattutto Luchino Visconti di "Rocco e i suoi fratelli" e de "Il Gattopardo” a cui il film sembra quasi ispirarsi in alcuni passi.

 

 

 

Addentriamoci ora nella trama dell’opera, fornendone un sintetico riassunto: “La meglio gioventù” racconta la storia di una famiglia italiana dal 1966 al 2001. Al centro della vicenda due fratelli: Nicola (Luigi Lo Cascio) e Matteo (Alessio Boni) Carati, due ragazzi estremamente legati fra loro ma di indole completamente diversa sin da giovani. In un primo tempo i fratelli Carati condividono stessi sogni, stesse speranze, stesse letture e amicizie, finchè l'incontro con Giorgia (Jasmine Trinca), una ragazza psichicamente disturbata, non preciserà il destino di entrambi: Nicola deciderà di diventare psichiatra (seguace delle teorie innovative di Franco Basaglia), Matteo di abbandonare gli studi ed entrare in polizia. Angelo - il padre - è genitore e marito affettuoso, anche se la sua esuberanza viene vissuta dalla famiglia con tollerante degnazione, Adriana (Adriana Asti) - la madre - è insegnante moderna e irreprensibile, innamorata dei suoi studenti come dei propri figli. C'è poi Giovanna, la figlia maggiore, entrata giovanissima in magistratura, e Francesca, la più piccola, che sposerà Carlo (Fabrizio Gifuni), il migliore amico di Nicola, destinato a un importante ruolo alla Banca d'Italia e - per questa ragione - nel mirino del terrorismo durante gli anni di piombo. Questa la famiglia. Resta da dire di Giulia (Sonia Bergamasco), la storia d'amore centrale della vita di Nicola, da cui nascerà Sara, e di Mirella (Maya Sansa) che, in tempi e modi diversi, incrocerà i destini sia di Matteo che di Nicola. attraverso questo piccolo nucleo di personaggi rivivono ne La Meglio Gioventù avvenimenti e luoghi cruciali della storia del nostro paese: dalla Firenze dell'alluvione alla Sicilia della lotta contro la mafia, dalle grandi partite della nazionale contro la Corea e Germania alle canzoni che hanno fatto epoca, dalla Torino operaia degli anni settanta alla Milano degli anni ottanta, dai movimenti giovanili del terrorismo, dalla crisi degli anni novanta al tentativo di inventarsi e costruire un paese moderno. Senza volerlo i nostri personaggi inseguiranno le loro passioni inciampando nella Storia, cresceranno, si faranno male, torneranno a illudersi e spendersi di nuovo. Come succede a tutti. La meglio gioventù - titolo di una raccolta di poesie friulane di Pasolini ma anche di una vecchia canzone degli alpini- è l'affresco di una generazione che - nelle sue contraddizioni, nelle furie ora ingenue ora violente, nella voce grossa e qualche volta stonata- ha cercato di non rassegnarsi al mondo così com'era ma di lasciarlo un poco migliore di come l'ha trovato.

 

 

 



Scheda del film (da Wikipedia)

Titolo: La meglio gioventù

 

Anno: 2003 Durata: 351' Genere: drammatico

Regia: Marco Tullio Giordana

Soggetto: Sceneggiatura: Sandro Petraglia e Stefano Rulli

Attori:

Luigi Lo Cascio: Nicola Carati

Alessio Boni: Matteo Carati

Adriana Asti: Adriana Carati

Sonia Bergamasco: Giulia Monfalco

Fabrizio Gifuni: Carlo Tommasi

Maya Sansa: Mirella Utano

Valentina Carnelutti: Francesca Carati

Jasmine Trinca: Giorgia

Andrea Tidona: Angelo Carati

Lidia Vitale: Giovanna Carati

Claudio Gioè: Vitale Micavi

Paolo Bonanni: Luigino

Mario Schiano: Il professore di medicina

 Fotografia: Roberto Forza

 

Montaggio: Roberto Missiroli

Musiche: Johann Sebastian Bach, Wolfgang Amadeus Mozart, The Animals

Riconoscimenti:

 

Vincitore della sezione "Un Certain Regard" al 56mo Festival di Cannes (2003).

 

 

Vincitore della sezione "Un Certain Regard" al 56mo Festival di Cannes (2003).

Premio "Città di Roma - Arc-en-Ciel Latin".

David di Donatello 2004 per

o Miglior Film

o Miglior Regia (Marco Tullio Giordana),

o Miglior Sceneggiatura (Sandro Petraglia e Stefano Rulli),

o Miglior Montaggio (Roberto Missiroli),

o Miglior Fonico di Presa Diretta (Fulgenzio Ceccon)

o Miglior Produttore (Angelo Barbagallo).

Nastro d'Argento 2004 per:

o Miglior Regia (Marco Tullio Giordana),

o Miglior Produttore (Angelo Barbagallo),

o Miglior Sceneggiatura (Sandro Petraglia e Stefano Rulli),

o Miglior Fonico di Presa Diretta (Fulgenzio Ceccon)

o Miglior Montaggio (Roberto Missiroli)

o Il cast femminile (Miglior Attrice Protagonista)

o il Cast Maschile (Miglior Attore Protagonista)

Globo d'Oro 2004 come

o Miglior Regia (Marco Tullio Giordana),

o Miglior Sceneggiatura (Sandro Petraglia e Stefano Rulli)

o Globo D'Oro Speciale (Adriana Asti)

o Gran Premio Stampa Estera.

Non resta null’altro da dire oltre a quello che ho scritto in precedenza: le forti emozioni non possono essere raccontate, vanno vissute in prima persona. Perciò se quanto scritto in questo post vi ha suscitato interesse e ne volete sapere un po’ di più della nostra memoria collettiva, di chi siamo e da dove veniamo, procuratevi il dvd del film ed abbandonatevi al suo racconto, senza paura di provare commozione o partecipazione per le vicende dei suoi personaggi. Lasciatevi coinvolgere: siamo noi, è la nostra vita, è la nostra storia.

 

 
Di DL4U (del 30/07/2007 @ 00:02:24, in Cinema, linkato 843 volte)

Dopo una breve sosta, riprendiamo il discorso all’incirca da dove l’avevamo lasciato ovvero da un post dedicato ad un film. Questa volta però non parleremo di un classico, ma di un film relativamente recente (anno 2005) che comunque ha in comune con gli altri il tratto neorealistico. Come per “il Sorpasso” il tema del film è trasversale ad altre categorie del blog (in particolare con la sezione “My Seventies”), ma ovviamente la logica lo porta ad essere un nuovo ramo dell’area “Cinema”.

Oggetto del post sarà il film “Romanzo Criminale” di Michele Placido uscito nelle sale nel 2005. La pellicola è tratta dall’ omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo edito da Einaudi nel 2002. Nel suo libro, De Cataldo, magistrato e giudice della Corte d’Assise di Roma, descrive le vicende della cosidetta "Banda della Magliana", tristemente nota come una delle piu' potenti organizzazioni criminali della storia italiana recente, attiva a Roma e poi in Italia dal 1977 al 1992, motore dei piu' efferati e diversi delitti: omicidi, sequestri, traffico di stupefacenti, favoreggiamenti mafiosi sino a veri o presunti coinvolgimenti nel rapimento di Aldo Moro e nella strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Dalle poche righe precedenti, è intuibile la ragione per cui scriverò di questo argomento: pur riconoscendo spesso interpretazioni dei fatti e dei personaggi forzatamente romanzate per l’uso cinematografico, sono da sempre fortemente interessato a tutte quelle espressioni del recente cinema italiano dedicate alla narrazione e alla ricostruzione dei periodi e dei fatti della storia italiana recente (dagli anni 60 sino ad oggi). Nonostante, come detto, queste opere abbiano frequentemente alcune lacune sotto il profilo strettamente storiografico e siano soggette alle inflessioni interpretative legate alle tendenze socio-culturali degli autori, sono a mio avviso comunque da premiare come tentativi (spesso comunque ben confezionati) di ricostruzione e approfondimento della nostra storia recente colmando di fatto un vuoto formativo spesso presente nelle nuove generazioni (alzi la mano chi di noi, a scuola e negli studi di storia , ha affrontato qualche evento successivo al prima metà del novecento). Un chiaro esempio di quanto detto, degno a mio avviso di lode e citazione nonostante tutto, è l’epopea narrata da “La Meglio Gioventù” di Marco Tullio Giordana, film del 2003, che ripercorre attraverso le vicende della famiglia Carati quarant’anni di storia italiana dall’alluvione di Firenze del ’66 sino ai giorni di tangentopoli e delle stragi di Capaci e Via d’Amelio. Per completezza di informazione è necessario ricordare che alcuni nomi dietro e davanti alle macchine da presa del film di Michele Placido sono presenti anche nell’opera di Giordana (su tutti gli sceneggiatori Rulli e Petraglia e Jasmine Trinca, attrice giovane di chiaro talento, già Nastro d’Argento nel 2004).

Torniamo a “Romanzo Criminale” addentrandoci un po’ di più nella trama del film. Roma anni Settanta. Tre ragazzi , Libano (PierFrancesco Favino), il Freddo (Kim Rossi Stuart) e il Dandi (Claudio Santamaria), tutti appartenenti alla piccola mala romana e amici sin dall’infanzia. con l'aiuto di un gruppo improvvisato di altri delinquenti, tra cui il Nero (Riccardo Scamarcio), un nazista che si sente l'ultimo samurai, sequestrano e sopprimono brutalmente un ricco possidente (il Barone Rosellini interpretato da Franco Interlenghi).

Invece di spartire subito i soldi, Libano propone a tutti i componenti del gruppo di formare una banda, e di investire nel traffico nel business dell'eroina. In breve tempo nasce così un'organizzazione lucida e spietata che si sbarazza di tutti i rivali e impone in tutta Roma la sua legge criminale, che estende il proprio giro d’affari anche alla prostituzione al gioco d’azzardo e che si allea con la Mafia e si guadagna la protezione di quegli uomini senza volto a cui lo Stato affida i lavori sporchi (questi ultimi rappresentati nel film dal misterioso Dottor Carenza alias Gianmarco Tognazzi) .

Da questo momento le cronache cominceranno a scrivere della cosidetta “Banda della Magliana”, che metterà a ferro e fuoco la città e le cui vicende si intrecceranno con gli avvenimenti più misteriosi della storia d’ Italia per oltre 25 anni, tra cui l'omicidio di Aldo Moro e la strage alla stazione di Bologna.

Siamo nel periodo del terrorismo: la polizia è spesso distratta da altre vicende. Il commissario Scialoja (Stefano Accorsi) è l’unico ad interessarsi al caso e a tentare di sgominare la Banda. La sua attività è però spesso osteggiata da superiori e frange deviate dello Stato. Nelle sue indagini intreccia un'ambigua relazione con Patrizia (Anna Mouglalis), una prostituta, già donna del Dandi.

Più la ferocia e l’importanza della banda cresce più si fanno ambiziose le mire di Libano (leader del gruppo); nel contempo il Freddo si innamora dell'innocente Roberta (Jasmine Trinca), ragazza semplice e pulita lontana dalle donne dei bordelli che di solito è abituato a frequentare, con la quale vorrebbe ritirarsi, disgustato dalla connivenza con la mafia e i politici. Poco tempo dopo però Libano, viene accoltellato per un debito di gioco: il Freddo e il Dandi si riuniscono per vendicare l'amico aprendo così un secondo tempo del film.La morte del capo carismatico segna comunque l'inizio della fine: incastrata da un delatore, il Sorcio, tutta la banda viene arrestata (meno Dandi e Nero, protetti dalle alte amicizie) : la polizia trova il Freddo, processo lo condanna a trent'anni. Roberta, sconvolta e tradita dall'uomo che amava e del quale si era fidata, lo abbandona per quattro lunghi anni, ma non lo dimentica. Ritorna, e per lei il Freddo e' disposto a tutto: crede all'amico Dandi che lo convince ad iniettarsi una provetta contenente del sangue "fintamente" infetto, fornitagli da un medico corrotto, per riuscire ad uscire dal carcere e a curarsi.
Ma Dandi ha come unico scopo l’eliminazione del Freddo e la testa della Banda: per evitare che rivelazioni pericolose permettano alla polizia di trovarlo, il sangue e' davvero malato, il Freddo puo' uscire, ma e' ignaro che il suo destino è già segnato. Il Freddo ripara in Francia con Roberta sino alla sua improvvisa e tragica morte. Terzo tempo: il periodo del Dandi. La banda è ormai divisa ed iniziano i regolamenti di conti interni che porteranno ad un lungo bagno di sangue. Uno ad uno i componenti scompariranno, inghiottiti dagli stessi pericolosi giochi di potere di cui erano stati creatori.


Scheda del film (da Wikipedia):

Titolo originale: Romanzo criminale

Paese: Italia, Francia, Gran Bretagna

Anno: 2005 Durata: 152'

Genere: noir, poliziesco, drammatico

Regia: Michele Placido

Soggetto: Giancarlo De Cataldo (romanzo)

Sceneggiatura: Giancarlo De Cataldo, Sandro Petraglia, Stefano Rulli

Attori:

Pierfrancesco Favino: Il Libanese,Kim Rossi Stuart: Il Freddo,Claudio Santamaria: Dandi,Stefano Accorsi: Commissario Scialoja, Riccardo Scamarcio: Il Nero,Jasmine Trinca: Roberta, Anna Mouglalis: Patrizia, Roberto Brunetti: Aldo Buffoni, Antonello Fassari: Ciro Buffoni, Elio Germano: Il Sorcio,Francesco Venditti: Bufalo,Giorgio Careccia: Fierolocchio,Leslie Csuth: il Francese,Luigi Angelillo: Zio Carlo, Giorgio Sgobbi: Avv. Vasta, Gianmarco Tognazzi: Carenza,Franco Interlenghi: Barone Rosellini

Fotografia: Luca Bigazzi

Montaggio: Esmeralda Calabria

Effetti speciali: Claudio Napoli

Musiche: Paolo Buonvino

Scenografia: Paola Comencini

Riconoscimenti:

8 David di Donatello 2006: "miglior sceneggiatura", "miglior attore non protagonista" (a Pierfrancesco Favino), "miglior direttore della fotografia", "miglior scenografo", "migliore costumista", "miglior montatore", "migliori effetti speciali visivi", "Premio David Giovani"



Centocinquanta minuti di storia italiana narrata con un ritmo per la maggior parte del tempo serrato ben rappresentando i fatti, i toni e le ambientazioni della Roma e dell’Italia di quegli anni. Rabbia, violenza, povertà e cinismo, ricchezza, potere e disastro: nella vicenda di “Romanzo Criminale” c’è tutto e il contrario di tutto. Senza pretese di dare una ricostruzione esatta dei fatti della Banda della Magliana (come del resto anche il romanzo di De Cataldo da cui il film è tratto) la pellicola però dà
un'interpretazione crudele e rischiosa di quest'epopea criminale semplicemente attraverso il racconto delle vicende dei suoi protagonisti. Per certi versi forzato nella narrazione, per altri quasi pasoliniano nella sua cruda rappresentazione della realtà della vicenda umana di questi “ragazzi di vita”, il racconto corre qualche volta il rischio di connotare i protagonisti negativi come eroi moderni, ma rimane comunque uno specchio fedele di quelle vicende e delle tensioni dell’Italia del tempo. A dar maggiore spessore all’intero film c’è inoltre un cast e' eccezionale: Pier Francesco Savino (su tutti il migliore, a buon diritto uno dei migliori attori del panorama cinematorgrafico attuale), Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria, Stefano Accorsi (un po’ sopra le righe come sempre), la francese Anna Mouglalis, la giovanissima Jasmine Trinca (meravigliosa e già apprezzata ne "La meglio gioventu'’) e Riccardo Scamarcio. Di rilievo la regia di Placido (che si riserva anche un cameo nel film interpretando il padre del Freddo nella scena dell’ospedale), capace di imprimere al film un andamento che lascia col fiato sospeso fino alla fine scandito da una colonna sonora (musiche di Paolo Buonvino) che riporta indietro a quegli anni difficili ma sempre affascinanti (memorabile l’apertura sulla base di “Io ho in mente te” dell'Equipe 84).

Cliccate sul link seguente per un collage filmato di immagini dal film...

http://it.youtube.com/watch?v=nXNbC_mLT6o


 
Di DL4U (del 22/07/2007 @ 23:49:50, in Cinema, linkato 2324 volte)

Eccoci arrivati ad un post molto importante, uno di quelli già di per sé difficili da catalogare nelle sezioni in cui ho organizzato questo blog: a rigor di logica l’ho dovuto inserire in “Cinema” , ma il cuore mi avrebbe portato ad inserirlo immediatamente nella sezione “Passions”; detto questo entriamo subito in argomento senza altre premesse. Argomento del post sarà “Il Sorpasso”, pellicola capolavoro di Dino Risi del 1962, a ragione annoverato tra i 5 film più importanti della cinematografia italiana;  da più parti considerato un “cult movie” rappresentativo delle speranze, delle illusioni spesso disattese di un’epoca (gli anni 60 e il boom economico)   e uno spaccato realisticamente  amaro dell’ Italia del miracolo economico. I protagonisti della pellicola sono tre: un istrionico Vittorio Gassman (nei panni del cialtrone opportunista Bruno Cortona), Jean-Luis Trentignan (il riflessivo e timido Roberto Mariani) e un’automobile, la Lancia Aurelia B24 Spyder (sinuosa, prepotente e aggressiva icona di eleganza e sfrontatezza, simbolo di velocità e strumento di battaglia nel traffico per il suo pilota).



Questo trittico compone il motore del primo  “road-movie” italiano, di una storia dove la strada e la velocità sono elementi chiave per dettare i ritmi frenetici nel dipanarsi della vicenda. Classificare  “Il Sorpasso” come semplice commedia all’italiana è a prima analisi riduttivo e non rende bene un’idea efficace del film: “Il Sorpasso” è trasversale ad ogni classificazione; è un racconto neorealistico narrato sulla strada dai toni ora comici ora drammatici capace di digressioni psicologiche e di aspra satira sociale. La personalità di Dino Risi emerge nella capacità di ricreare situazioni talmente reali, al limite del documentario, da apparire quasi un cinegiornale dell’epoca; il regista coordina ed esalta con inquadrature e tagli ritmati delle sequenze la coralità dell’interpretazione del gruppo degli attori.  A far da colonna sonora di tutto il film le musiche incalzanti di Riz Ortolani, le più celebri pezzi degli anni 60 e il chiassoso e assillante clacson dell’Aurelia di Bruno Cortona. Passiamo ora a descrivere la trama de “il Sorpasso”. Siamo a Roma nell’Italia del miracolo economico, è  Ferragosto, e la città è deserta. Il film si apre con Bruno Cortona (Vittorio Gassman) al volante di una veloce Lancia Aurelia. Bruno,  quarantenne vigoroso, fancazzista,  cialtrone, amante della guida sportiva e delle belle donne,  vaga senza meta per le strade alla ricerca di un pacchetto di sigarette e di un telefono pubblico.  Per puro caso lo accoglie in casa lo studente di legge Roberto Mariani (Jean-Louis Trintignant), rimasto in città per preparare gli esami.  Roberto è l’esatto opposto di Bruno: timido, onesto e afflitto da dubbi e complessi esistenziali. I due, spinti  dal carattere invadente e impulsivo del Cortona, intraprendono un viaggio in auto che li porterà verso mete occasionali sempre più distanti: il ristorante sul mare, i parenti di Roberto in Toscana e la casa della ex moglie di Bruno, la spiaggia assolata del ferragosto, Viareggio. Il Roberto sarà più volte sul punto di abbandonare Bruno, ma sia il caso sia una certa inconfessabile attrazione, lo riporteranno sempre sui suoi passi, in un percorso di iniziazione alla vita reale che lo porterà al distacco dai miti adolescenziali,  a conoscere l'amore ed i rapporti sociali, a fare i conti con la realtà del tempo e le disillusioni della vita. Scena dopo scena si sviluppa il motore trainante di tutto il film ovvero l'amicizia fra i due uomini, che conosciutisi per caso nell’arco di due giorni di scorribande e avventure si scoprono lentamente. Sono due figure così contrastanti da scoprire di aver bisogno l'una dell'altra per esistere, sono lo specchio di una società che sta vivendo il boom economico visto da due angolazioni diverse non necessariamente negative nè positive. La cavalcata dei due protagonisti si conclude tragicamente durante l’ennesimo, azzardato sorpasso in un tratto di strada tortuoso verso Viareggio; in un tragico incidente Roberto perde la vita a bordo dell’auto mentre Bruno si salva gettandosi fuori dall’abitacolo a all’ultimo. Solo qualche istante prima dell’epilogo Roberto sente che il suo percorso iniziazione è terminato e per la prima volta riesce a mettere da una parte tutte le sue inibizioni  in un urlo spontaneo e liberatorio.


 


Senza fine le gag e le citazioni memorabili estrapolabili dal film: le tombe etrusche, il monte Fumaiolo, il dialogo con l'agente bolognese, Garcia Lorca, Antonioni, la macchietta del domestico “Occhiofino”,  Sofia Loren, il vecchio che arranca, BiPi. Istrionico e sboccato Bruno è puro istinto e riserva un commento molto personale per tutto. La donna con la gamba ingessata, i vecchi della festa paesana, e in tutte le frasi di Bruno, "che c'hai una sigaretta" su tutte, le sue battute, la sua visione del mondo , forse non condivisibile, ma spassosa. Il carattere di Bruno emerge nelle citazioni seguenti:

  • Bruno: Chi è ‘sta cicciona?  Roberto:  E’ mia mamma …    Bruno:  Ah perbacco, bella donna!
  • 'Sti sozzoni! L'appuntamento era alle 11:00 e a mezzogiorno già so annati via. (Bruno Cortona)
  • Non habemus crikke! Desolamus! (Bruno Cortona risponde alla richiesta di aiuto che alcuni sacerdoti stranieri, rimasti con una gomma a terra, gli avevano rivolto in latino)
  • Pe' guidà è importante la posizione delle mani sur volante. Quattroruote consija le 3 meno venti, io preferisco le mezzogiorno e un quarto. (Bruno Cortona)
  • Bibi? Ma che e', 'n pechinese? (Bruno Cortona - riferendosi al nomignolo con cui la figlia chiama il suo fidanzato ultracinquantenne).
  • Pare na cosa da niente... invece... ahò... c'è tutto: la solitudine, l'incomunicabilità... e poi quell'altra cosa, quella che va de moda oggi... l'alienazione, come nei film di Antonioni. (Bruno Cortona parla di una canzone di Modugno) 


Scheda del film:

Titolo: Il Sorpasso ( “The Easy  Life” nel doppiaggio inglese)

Anno:  1962

Genere: Commedia drammatica

Regia: Dino Risi

Soggetto: Dino Risi, Ettore Scola

Sceneggiatura: Dino Risi, Ettore Scola, Ruggero Maccari

Attori principali:  Vittorio Gassman, Catherine Spaak, Jean-Louis Trintignant, Claudio Gora, Luciana Angiolillo, Linda Sini, Franca Polesello, Lilly Darelli, Mila Stanic

Produttore: Mario Cecchi Gori

Fotografia: Alfio Contini

Scenografia: Ugo Pericoli

Montaggio: Maurizio Lucidi

Musiche: Riz Ortolani

Durata: 105 min B/N

Riconoscimenti: un David di Donatello a Gassman come miglior attore

Curiosità (da Wikipedia)

  • Originariamente il soggetto era stato scritto per Alberto Sordi nel ruolo di Bruno Cortona. La produzione passò poi a Mario Cecchi Gori he spinse per affidare il ruolo del protagonista a Vittorio Gassman. A quel tempo Alberto Sordi aveva un'esclusiva con Dino De  Laurentiis.
  • Risi aveva pensato a due finali differenti. Rispetto a quello che poi venne effettivamente realizzato doveva esserne girato un altro, in cui Roberto, esasperato, uccide Bruno, ma l'idea non ebbe un seguito per problemi economici.
  • Il film uscì negli USA con il titolo The Easy Life. Dennis Hopper il regista di Easy Rider si è ispirato a Il Sorpasso per scrivere il suo soggetto considerato il capolavoro (nonché il capostipite) dei film on the road.

Un film emozionante, veloce, divertente e drammatico capace di suscitare emozioni ogni volta che lo si rivede.  Un concentrato di temi sociali e psicologici con cui confrontarsi continuamente durante la visione della pellicola. Un capolavoro costruito sul costante contrasto tra il personaggio di Bruno interpretato alla perfezione da Gassman  cialtrone, esuberante, spassoso e Roberto (Trintignant) giovane studente, serio, timido, rispettoso. Una buona parte di noi si rivede in Roberto in più di una situazione del film, nei suoi complessi schemi mentali e nelle sue paure e nelle sue timidezze e vorrebbe incontrare un ciclone come Bruno capace di sconvolgergli la vita  in capo ad un week-end. Chi come Roberto è costretto negli schemi quotidiani della vita e della mente è fatalmente attratto da Bruno, lo vorrebbe prendere a modello, ma poi si cade nella cruda realtà quando alla fine del film succede il dramma. Un ritmo che non annoia mai, sempre divertente che fa riflettere, commuovere, pensare semplicemente un film perfetto in ogni sua parte. Un ritratto tragicomico dell’Italia del boom che ciascuno di noi dovrebbe vedere e rivedere; osservando “il Sorpasso” con un occhio attento come non rivedere temi, personaggi e scene poi riproposte in altri film italiani e internazionali; quali? Tra i tanti “Easy Rider” di Dennis Hopper, “Un Sacco Bello”  di Carlo Verdone.

 

Ex moglie di Bruno:  "Lo conosce bene lei Bruno?"
Roberto: "No, ci siamo incontrati stamattina".
Ex moglie di Bruno:   "Allora lo conosce bene: la prima impressione che si ha di lui è quella giusta".

 

 

 

 

 
Di DL4U (del 14/05/2007 @ 09:35:27, in Cinema, linkato 795 volte)
Volver - Tornare
(2006)

Un film di Pedro Almodóvar.
Con Penelope Cruz, Carmen Maura, Lola Due, Blanca Portillo, Yohana Cobo, Chus Lampreave, Leandro Rivera.
Genere Drammatico, colore, 120 minuti.
Produzione Spagna 2006.

VOLVER

"Yo adivino el parpadeo
De las luces que a lo lejos
Van marcando mi retorno…
Son las mismas que alumbraron
Con sus palidos reflejos
Hondas horas de dolor..

Y aunque no quise el regreso,
Siempre se vuelve al primer amor..
La vieja calle donde el eco dijo
Tuya es su vida, tuyo es su querer,
Bajo el burlon mirar de las estrellas
Que con indiferencia hoy me ven volver…

Volver… con la frente marchita,
Las nieves del tiempo platearon mi sien…
Sentir… que es un soplo la vida,
Que veinte anos no es nada,
Que febril la mirada, errante en las sombras,
Te busca y te nombra.
Vivir… con el alma aferrada
A un dulce recuerdo
Que lloro otra vez…

Tengo miedo del encuentro
Con el pasado que vuelve
A enfrentarse con mi vida…
Tengo miedo de las noches
Que pobladas de recuerdos
Encadenan mi sonar…

Pero el viajero que huye
Tarde o temprano detiene su andar…
Y aunque el olvido, que todo destruye,
Haya matado mi vieja ilusion,
Guardo escondida una esperanza humilde
Que es toda la fortuna de mi corazon.

Volver… con la frente marchita,
Las nieves del tiempo platearon mi sien…
Sentir… que es un soplo la vida,
Que veinte anos no es nada,
Que febril la mirada, errante en las sombras,
Te busca y te nombra.
Vivir… con el alma aferrada
A un dulce recuerdo
Que lloro otra vez…"
TORNARE

"Io indovino lo sbattere delle palpebre
delle luci che in lontananza
sottolineano il mio ritorno…
sono le stesse che illumirarono
con il loro pallidi riflessi
ore profonde di dolore…

E anche se non ho voluto il ritorno
sempre si ritorna al primo amore…
La strada vecchia dove l’eco disse
tua è la sua vita, tuo è il suo amare,
sotto lo sguardo beffardo delle stelle
che con indifferenza oggi mi vedono ritornare…

Ritornare…con la fronte appassita,
le nevi del tempo argentarono la mia tempia…
Sentire…che è un attimo la vita,
che 20 anni non sono niente
che febbrile lo sguardo, errante nelle ombre,
ti cerca e ti nomina
Vivere…con l’anima aggrappata
a un dolce ricordo
che piango un’altra volta…

Ho paura dell’incontro
con il passato che ritorna
ad affrontare la mia vita…
Ho paura delle notti
che popolate di ricordi
incatenano il mio sognare…

Però il viaggiatore che fugge
prima o poi arresta il suo andare…
E anche se il dimenticare, che tutto distrugge,
avesse ucciso la mia vecchia illusione,
guardo nascosta una speranza umile
che è tutta la fortuna del mio cuore.

Ritornare…con la fronte appassita,
le nevi del tempo che argentarono la mia tempia…
Sentire…che è un attimo la vita,
che 20 anni non sono niente
che febbrile lo sguardo, errante nelle ombre,
ti cerca e ti nomina
Vivere…con l’anima aggrappata
a un dolce ricordo
che piango un’altra volta…"
 
Di DL4U (del 27/04/2007 @ 10:28:31, in Cinema, linkato 782 volte)
Stand by me - Il ricordo di un'estate (drammatico/avventura - USA -1986)


E’ un caldo weekend di agosto del 1960. Quattro tredicenni scappano da Castle Rock, cittadina nell’ Oregon, alla ricerca del corpo di Ray Brower, un loro coetaneo scomparso da casa e che credono ucciso da un treno. Il protagonista-narratore del viaggio è Gordie Lachance (interpretato da Wil Wheaton): Gordie è un ragazzo introverso e timido con la passione per la scrittura, segnato nel profondo dalla tragica morte del fratello Denny (John Cusack); questo evento ha determinato l'isolamento di Gordie dai genitori, e più in generale del mondo che lo circonda.

Accanto a Gordie, l'amico Chris Chambers (River Phoenix), un tipo intelligente, impulsivo e afflitto da una fama da poco di buono. Nello svolgersi del film, progressivamente la figura Chris emergerà in un ruolo di “padre spirituale” di Gordie. Gli altri due ragazzi, Teddy (Corey Feldman) e Vern (Jerry O'Connell) sono due personaggi altrettanto atipici e complessi: il primo, in particolare, è figlio di un reduce dello sbarco in Normandia con gravi problemi psichici; il secondo è sovrappeso, codardo e facile al pianto. L'amicizia che lega i quattro viene messa a dura prova dalle avventure che si trovano a vivere in questo breve ma intenso viaggio. Nonostante le difficoltà della peripezia, i ragazzi riusciranno nel loro intento.

L'esperienza segnerà il passaggio dei quattro ragazzi dall'adolescenza all'età adulta.

Il soggetto originale del film Stand by Me è tratto dal racconto “The Body” (“Il Corpo”) scritto nel 1982 da Stephen King ed inserito nella raccolta “Stagioni diverse” (edita in Italia da Sperling & Kupfer).

Uno dei film più belli sull'adolescenza degli anni '80, nel miracoloso equilibrio della memoria tra sentimento e avventura. Ottima interpretazione dei quattro giovani protagonisti . A completamento la fotografia indimenticabile di Thomas Del Ruth e la colonna sonora di Ben E. King.

"Avevo dodici anni - quasi tredici - la prima volta che vidi un essere umano morto. Successe nel 1960, tanto tempo fa... anche se a volte non mi pare così lontano". Forse noi non abbiamo visto un cadavere a dodici anni - quasi tredici - ma sicuramente questo film, e il racconto da cui è tratto, ci porta a ricordare con nostalgia le piccole grandi cose che facevamo a quell'età.

 
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