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Storia di una piccola e grande donna
Di DL4U (del 20/11/2008 @ 01:24:45, in Musica, testi, citazioni, canzoni, linkato 883 volte)
Questa è la storia dolorosa e complessa di una piccola, grande donna dalla voce ruggente come quella di un leone ma dall'anima fragile come quella di una bambina. E' la vicenda di un talento puro dallo spirito libero che ha vissuto lottando contro tutti e contro tutto per inseguire un sogno ed un'ispirazione e di un mondo cinico ed ignorante che quel talento ha voluto rinnegare e cacciare in un angolo. E' il 20 di settembre del 1947 quando in un piccolo paese della provincia calabrese nasce Domenica, seconda di quattro figlie di una classica famiglia medio borghese. I genitori di Domenica sono due stimati e compassati insegnanti di scuola: il papà è professore di latino e greco in un liceo, la madre una maestra elementare. Sin dai primi anni è possibile intuire che la strada della regazza non sarà quella di seguire le orme dei genitori, ha troppa voglia di emergere dal contesto rigido e grigio dove è nata, ha una propensione innata per il canto e musica che esprime in ogni modo e appena può, anche a costo di infrangere gli strigenti dettami del padre. A 15 anni Domenica convince la madre ad accompagnarla a Milano alla ricerca di una scrittura da parte di una casa discografica, il primo passo verso la realizzazione di un grande sogno. Sono i primi anni sessanta quando, ottenuto un contratto per la realizzazione di alcune produzioni discografiche, la ragazza venuta dalla Calabria incide i primi dischi ed ottiene alcune apparizioni televisive in programmi nazionali. Ma l'immagine pubblica voluta dal produttore Carlo Alberto Rossi non convince Domenica: lei non è nata per essere una semplice ragazza leggera dedita alle semplice canzonette, il suo sogno è rincorrere i suoi miti su tutti le grandi voci femminili internazionali come Aretha Franklin. Alla ricerca della propria strada abbandona Milano per Roma, dove assieme all'amico Renato e alla sorella ultimogenita Loredana, forma un gruppo atipico che vive di espedienti e partecipa a spettacoli di ogni genere. In questi anni, la vita un po'sbandata e all'avventura, la porta a vivere anche per quattro mesi l'esperienza del carcere. Uno spinello e la legge del tempo meno permissiva dell'attuale condannano Domenica ad una detenzione che ne segnerà la vita personale e professionale segnandone una prima brusca battuta d'arresto. Ma da quel periodo buio la nostra piccola donna si risolleva ben presto: gli anni settanta, un nuovo nome d'arte e l'incontro con nuovi produttori e compositori ne risollevano le sorti della carriera. Sono gli anni dei successi e delle collaborazioni con il mondo della musica che conta: il genere cambia miscelando suoni blues, rock e pop il look si fa eclettico, eccentrico, quasi zingaresco. I testi delle canzoni si fanno impegnati, sofferti, molto personali e trattano temi spesso duri ed innovativi come il duro rapporto generazionale tra padre e figlia. L'ombra severa del padre-professore, che mai aveva accettato la scelta della figlia sgangherata di diventare cantante, si riflette nelle canzoni di Domenica. Nel '72 l'incontro con Bruno Lauzi, l'ultimo esponente della scuola genovese che fu anche di Tenco e De Andrè, che le dona il primo dei suoi grandi successi. Il piccolo uomo le donerà, qualche anno più tardi, un nuovo capolavoro scritto negli stessi anni e che segnerà la l'ultima apparizione di Domenica. Arriva il periodo del successo vero, del consenso di pubblico, dei premi della critica e delle grandi collaborazioni in ambito italiano e internazionale. Sono gli anni di Minuetto. Dopo aver calcato i palcoscenici d'Europa ed affrontato persino il pubblico dell'Olimpia di Parigi, Domenica incontra l'amore della vita: come tutte le passioni vere e travolgenti il rapporto con il collega Ivano Fossati sarà un ciclone nella vita della ragazza di Calabria che ne sconvolgerà completamente l'esistenza, per sempre anche quando questo sfumerà per sempre. Al culmine del successo e nel pieno di un periodo di felicità, qualcosa comincia ad incrinarsi: si comincia con un'operazione alle corde vocali nei primi anni '80 che ne modifica il timbro della voce, divenuta quindi più roca e graffiante quindi l'invidia e l'ignoranza di colleghi ed addetti al lavoro del mondo della musica fanno il resto. Domenica, secondo una falsa, meschina ed infame opinione comune, porta sfortuna; meglio non farla lavorare, meglio relegare il talento ingombrante di Domenica in un angolo: da quell'angolo buio la piccola donna non avrà più la forza di uscire completamente. Tutte le porte si chiudono, gli amici di una volta le voltano le spalle e non resta che il ritiro dalle scene. Negli anni del silenzio, Domenica ritroverà le sue origini e la propria identità ricostruendo anche un difficoltoso rapporto col padre. Siamo nel 1989, sulla spinta di discografici amici e di un pubblico che non l'ha mai dimenticata, ritorna alle scene con un nuovo gioiello scritto dall'amico Lauzi. E' un ritorno forte ed passionale, ruggito e commovente: un nuovo trionfo assoluto di fan e di critica. Passano ancora alcuni anni, si riallacciano nel frattempo collaborazioni e progetti, nuove produzioni riaffermano l'immagine della cantante. Ma il destino non è mai stato amico di Domenica: da mesi un brutto fibroma all'utero ne minaccia la salute. Un giorno di maggio il corpo di Domenica viene ritrovato in un modesto appartamento di Cardano al Campo, nei pressi di Varese, dove la cantante si era traferita da qualche tempo per essere più vicina al padre. L'autopsia parlerà di arresto cardiaco per overdose di cocaina e farmaci. Questa che vi ho raccontato era la storia vera di una piccola, grande donna dalla voce di un leone ma dall'anima fragile di una bambina, la storia di un sogno infranto dall'invidia, dal pregiudizio e dalla meschinità di un mondo piccolo. Questa è la parabola umana, dolorosa e complicata, di Domenica Bertè in arte Mia Martini, un angelo sgangherato che gli uomini hanno relegato in un angolo, ed ancor oggi una delle interpreti più intense e passionali della musica italiana. Ciao Mimì...



Mimì sarà
(cantata da M. Martini, testo di F. De Gregori, da raccolta omonima del 1994)


Sarà che tutta la vita è una strada con molti tornanti,
e che i cani ci girano intorno con le bocche fumanti,
che se provano noia o tristezza o dolore o amore non so.
Sarà che un giorno si presenta l'inverno e ti piega i ginocchi,
e tu ti affacci da dietro quei vetri che sono i tuoi occhi,
e non vedi più niente, e più niente ti vede e più niente ti tocca.
Sarà che io col mio ago ci attacco la sera alla notte,
e nella vita ne ho viste e ne ho prese e ne ho date di botte,
che nemmeno mi fanno più male e nemmeno mi bruciano più.
Dentro al mio cuore di muro e metallo dentro la mia cassaforte,
dentro la mia collezione di amori con le gambe corte,
ed ognuno c'ha un numero e sopra ognuno una croce,
ma va bene lo stesso, va bene così.
Chiamatemi Mimì, chiamatemi Mimì.
Per i miei occhi neri e i capelli e i miei neri pensieri,
c'è Mimì che cammina sul ponte per mano alla figlia
e che guardano giù.
Per la vita che ho avuto e la vita che ho dato, per i miei occhiali neri,
per spiegare alla figlia che domani va meglio, che vedrai, cambierà.
Come passa quest'acqua di fiume che sembra che è ferma,
ma hai voglia se va, come Mimì che cammina per mano alla figlia,
chissà dove va.
Sarà che tutta la vita è una strada e la vedi tornare,
come la lacrime tornano agli occhi e ti fanno più male,
e nessuno ti vede, e nessuno ti vuole per quello che sei.
Sarà che i cani stanotte alla porta li sento abbaiare,
sarà che sopra al tuo cuore c'è scritto "Vietato passare",
il tuo amore è un segreto, il tuo cuore è un divieto,
personale al completo, e va bene così.
Chiamatemi Mimì, chiamatemi Mimì.
Per i miei occhi neri e i capelli e i miei neri pensieri,
c'è Mimì che cammina sul ponte per mano alla figlia
e che guardano giù.
Per la vita che ho avuto e la vita che ho dato, per i miei occhiali neri,
per spiegare alla figlia che domani va meglio, che vedrai, cambierà.
Come passa quest'acqua di fiume che sembra che è ferma,
ma hai voglia se va, come Mimì che cammina per mano alla figlia,
chissà dove va.